A lezione di radio
Trovami seduto tra i banchi di un’aula universitaria, dopo esserne uscito da sette anni, fa sempre un pò di impressione. Però, quando devi seguire una lezione speciale, é un ritorno piacevole.
E così ieri, tra fili, microfoni, amplificatori, modulatori, ho assistito ad un paio di lezioni decisamente fuori dal comune nel contesto del FRU.
Primo lab, la trasmissione de Gli Spostati di Radio 2 in diretta dalla Aula A1 dei Benedettini. Ospiti della trasmissione (condotta da quei personaggi di Cervelli e Gentile), Carmen Consoli (catanisazza), Paola Turci (bbona!) e Marina Rey (bedda matrix! dal vivo é ancora cchiu laria!). Una trasmissione, purtroppo ha i suoi tempi, i suoi ritmi e, quindi, non vi é molto spazio per la compartecipazione. E’ stato uno spettacolo, più che altro. Un vedere cos’accade dietro alle quinte. Divertente, ma non troppo. Ma comunque istruttivo. La sensazione più incredibile, al pensarci, era che noi, lì, eravamo ascoltati da qualche milioncino (esagero?) di spettatori, dalle radio in casa, le autoradio nella macchine, le radioline in cuffia…
Secondo lab, Professione deejay, con Alessio Bertallot. Ora, io B-side, l’ho ascoltata un sacchissimo (se pò dì? non lo so, ma qui si sperimenta) di volte negli anni, per la sua caratteristica fondamentale di trasmissione di ricerca musicale. E anche se sono della sua stessa metà del cielo, Alessio Bertallot ha una voce che affascina, una dialettica coinvolgente, che sa trascinarti e incollarti alla radio senza saperti staccare. Ieri, é stato lo stesso. Maglietta nera, jeans neri, occhiale nero, fisico in forma, alto una spanna più del sottoscritto (dal basso dei suoi 173 cm non può considerarsi una stanga), scarpe da ginnastica nike, testa rasata, e una 48 ore in mano. Così si presenta Alessio sotto il sole caldo del pomeriggio. Senza tanto clamore, ma con una presenza che si fa notare immediatamente. La lezione inizia in maniera un pò arruffata, con la presentazione dei video girati da Alessio nei corridoi di Radio DeeJay. Qualcuno partiva, qualcun altro faceva le bizze. Però, man mano che si andava avanti nella visione, si inziava a capire qualcosa del Bertallot-pensiero. Libertà creativa, ricerca, sperimentazione e (termine che spesso usa e che io adoro) contaminazione. In un ambiente come quello di Radio DeeJay dove padron Linus fa il bello e il cattivo tempo (e, nei video, il continuo mostrarne le foto appese ai muri dei corridoi della radio significava questo mi sa), dà un’idea della portata del lavoro di Bertallot: un cane sciolto in un contesto rigidamente in mano ai voleri della majour discografiche. Così, finita la parte visiva, si é passati alla parte discorsiva. Bertallot mostra uno splendido bagaglio culturale in campo musicale, ottima dizione, padronanza di linguaggio, ricercatezza (ma non spocchiosa) nelle parole, sottile ironia e, soprattutto, entusiasmo per il lavoro che svolge. La sua voce eccezionale, ha trascinato tutti per un’ora e mezza che é volata letteralmente via in un’atmosfera quasi irreale, fatta di penombra e attenzione , quella dei presenti, in gran parte del mestiere (in tanti erano rappresentanti delle varie radio universitarie italiane), ma anche semplici spettatori come me. Bertallot ha mostrato il lato meno noto della radio, quello che dovrebbe essere il più vero e il più essenziale. Ricerca musicale, sperimentazione, contaminazione, appunto. Fuori dagli schemi di tanta, troppa musica pop che avvelena le frequenze delle radio tutti i santi giorni. E m’é venuto il magone quando ha passato il video girato durante l’esibizione di Lucariello, Ezio Bosso e The Buxusconsort. Sia perché sono legato agli Almamegretta e alla musica sperimentale napoletana che hanno portato avanti negli anni, sia per il tema trattato, sia perché l’esibizione é stata semplicemente incredibile: un esempio di pura contaminazione. Come dice Bertallot, quello che per farlo occorrono vent’anni di conservatorio si unisce alla strada e al rap di Lucariello: Lucariello é quella roba lì, dice Bertallot, é cresciuto a Scampia e il suo rap é in napoletano e non si capisce se non si é napoletani, perché é il dialetto della strada.
Insomma, é stato un momento intenso e goduto.
E il mio grazie va ai tanti ragazzi universitari che si cimentano con un’esperienza così bella, che é quella della radio, producendo eventi collaterali come quello del FRU, che sono pure momenti di riscatto per una città come Catania, violentata, calpestata, oltraggiata dai suoi “politici” e però fucina di cultura incredibile e instancabile. E, chi vuol condividere quest’esperienza, si ascolti pure Razio Zammu, la radio dell’Università di Catania.





